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Se il filtro arcobaleno su Facebook aiuta a capire come si forma il consenso online

Un’ondata sincera di entusiasmo e supporto a favore del diritto delle coppie omosessuali di sposarsi, o un abile esperimento sociale, in cui milioni di persone si sono prestate, in buona fede, a fare la parte delle cavie di laboratorio? Quando 26 milioni di persone adoperano uno strumento per colorare di arcobaleno la foto del profilo Facebook, la domanda inevitabilmente si pone. Tanto più se si tiene conto che è stato sviluppato dagli ingegneri del social network, e che il sito già in passato ha fatto discutere, per il modo in cui studiava le reazioni emotive degli utenti a seconda del tipo di post che veniva loro presentato.

Un portavoce di Facebook ha provato a rassicurare gli iscritti: l’arcobaleno sarebbe nato nel corso di hackaton (una gara di programmazione) interno all’azienda, e sarebbe piaciuto tanto da decidere di proporlo a un pubblico più vasto. Senza secondi fini, però. Che sia vero o meno – e non c’è motivo di dubitarne – la sostanza delle cose non cambia però di molto. Magari Facebook non avrà avuto intenzione, a priori, di sfruttare la cosa, ma riesce davvero difficile credere che possa resistere alla tentazione di analizzare a posteriori i dati prodotti. Anche perché, come ricorda il magazine The Atlantic, sarebbe la logica continuazione di quanto fatto in un passato nemmeno troppo remoto.

Perché anche se lo strumento viene introdotto come in questo caso in buona fede, i dati generati potranno rivelarsi utili anche a posteriori per studiare la formazione del consenso online.

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